martedì 7 ottobre 2014

In memoria di Anna Politkovskaja

“Bisogna essere disposti a sopportare molto, anche in termini di difficoltà economica, per amore della libertà”.
Anna Politkovskaja
 
Cosa ci ha lasciato Anna Politkovskaja? Il suo esempio, la sua esistenza dedicata al giornalismo, al rispetto dei diritti umani, al senso del dovere, alla verità e il suo terribile omicidio ci hanno insegnato qualcosa? Hanno smosso davvero, nel profondo le nostre coscienze?
 
Anna ha affrontato momenti duri, capaci di piegare e spezzare chiunque; era un personaggio scomodo, che conosceva bene la paura, ma non se ne faceva scalfire, perché in lei era più forte la responsabilità di riportare ciò che vedeva, scrivere per far conoscere la realtà, per analizzarla senza filtri né restrizioni.
 
Per Anna Politkovskaja la scrittura era vita, il mezzo privilegiato per raccontare i fatti, il simbolo della libertà per cui si è disposti a morire, poiché la morte, superati certi limiti imposti, diventa una circostanza da prendere in considerazione, una compagna indesiderata ma presente, un pensiero che affiora dall’inconscio a segnalare un pericolo reale.
 
Quel pericolo, purtroppo, si è materializzato, per la giornalista russa, otto anni fa, quando il suo corpo è stato ritrovato nell’ascensore del palazzo in cui abitava, colpito da quattro proiettili.
 
Chi era Anna Politkosvaja e qual è, oggi la sua eredità morale e intellettuale? Quali sono state le conseguenze della sua morte e cosa abbiamo imparato dal suo coraggio e dai suoi scritti?
 
Una cosa è certa: non la dimenticheremo, perché relegarla nell’oblio della memoria sarebbe ucciderla due volte e fare un torto tremendo a noi stessi e a tutti quelli che credono nella libertà e amano la vita.
 
 
Vita e morte di una giornalista non rieducabile
 
“Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.
Anna Politkovskaja
 
Il titolo di questo paragrafo dice più di molte parole. Fu la stessa Anna Politkovskaja a definirsi “non rieducabile”. Una donna e una giornalista scomoda, difficile da affrontare e da battere, anche perché i suoi articoli facevano (e fanno ancora oggi) il giro del mondo, rendendola una delle voci russe più affermate e ascoltate in Europa e negli Stati Uniti.
 
Anna nacque nel 1958 a New York in una famiglia di diplomatici. Studiò giornalismo all’Università di Mosca, laureandosi con una tesi su Marina Cvetaeva (poetessa e scrittrice invisa al regime di Stalin, una vera “voce fuori dal coro” originale e potente).
 
Negli anni Ottanta iniziò a lavorare per il quotidiano Izvestija, uno dei più famosi giornali russi e anche tra i più antichi (venne fondato nel 1917 a San Pietroburgo, allora Pietrogrado). Dal 1994 al 1999 collaborò con la Obščaja Gazeta e proprio come inviata di questo giornale si recò in Cecenia per la prima volta, con lo scopo di intervistare Aslan Alievič Maskhadov, che era appena stato eletto Presidente della Cecenia.
 
Di questo Paese Anna parlò moltissime volte in numerosi articoli e nei libri che scrisse con stile appassionato e rigoroso, denunciando le misere condizioni di vita dei ceceni, i conflitti di cui furono vittime, la strategia politica di e le mire di Mosca su questo territorio, le violenze e l’omertà, come anche i giochi di potere che vedevano coinvolte le più alte personalità politiche cecene e russe.
La giornalista visitò in più occasioni la Cecenia, protagonista dei suoi duri e coraggiosi reportage di guerra, a fare interviste ai civili e ai militari, criticando con veemenza il governo russo e schierandosi dalla parte dei più deboli.
 
Dal 1999 fino alla morte lavorò per la Novaja Gazeta e nel 2001 dovette fuggire a Vienna perché perseguitata dalle minacce di morte di Sergei Lapin, ufficiale dell’OMON, ovvero l’unità antiterroristica della polizia russa.
 
Anna, infatti, aveva accusato Lapin di crimini contro i civili ceceni e nel 2005 l’uomo fu condannato proprio per le torture e la scomparsa di uno studente ceceno.
 
Nel 2002 Anna Politkovskaja condusse personalmente, insieme ad altri personaggi di spicco come il giornalista inglese Mark Franchetti e il politico russo Evgenij Primakov, le trattative per la liberazione degli ostaggi durante la crisi del Teatro Dubrovka.
 
Nel 2004 la reporter ebbe un malore proprio durante il viaggio verso Beslan, dove era in corso il sequestro, da parte dei terroristi ceceni, di circa 1200 persone. Come sappiamo, la vicenda terminò, purtroppo, in una terribile strage. 
 
In molti sostennero che qualcuno avesse tentato di avvelenare Anna Politkovskaja, già in volo verso Beslan e pronta a offrirsi di nuovo come mediatrice per salvare le vite degli ostaggi ma, ancora oggi, la verità rimane avvolta nel mistero.
 
Il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaja venne barbaramente uccisa. Nel corso degli anni si è detto e scritto molto su di lei, sui suoi reportage, sul fatto che fosse considerata una sorta di reietta (Anna stessa lo sostenne), una nemica da eliminare fisicamente, poiché in nessun altro modo sarebbe stato possibile metterla a tacere.
 
Si è parlato di indagini condotte male, in modo troppo sbrigativo, di responsabilità ai vertici del governo russo, di un processo lungo e pieno di ostacoli al termine del quale sono stati condannati tutti e cinque gli imputati: Rustam Makhmudov, accusato di essere il killer, sconterà l’ergastolo, come suo zio Lom-Ali Gaitukayev; i fratelli di Rustam, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov sono stati condannati, in qualità di complici, a quattordici e dodici anni, mentre Sergei Khadzhikurbanov, accusato di aver organizzato l’omicidio, dovrà passare in carcere venti anni. 
 
All’appello, però, manca ancora il mandante dell’omicidio. Sergeij Sokolov, vice direttore della Novaja Gazeta, ha chiesto di continuare a indagare in tal senso, tenendo conto del fatto che Anna è morta proprio a causa delle sue inchieste, una delle quali, riguardante le torture commesse sui civili ceceni, doveva essere pubblicata proprio quel maledetto 7 ottobre.
 
Un tassello fondamentale di questa vicenda deve ancora essere trovato, affinché si possa scrivere davvero tutta la verità sulla morte di Anna Politkovskaja. Anche per questo motivo non possiamo e non dobbiamo dimenticare.
 
 
“L’unico dovere di un giornalista è scrivere quel che vede”
 
“Certe volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano”.
Anna Politkovskaja
 
Se non vi è mai capitato di leggere un articolo o un libro di Anna Politkovskaja, vi consiglio di iniziare al più presto. Ogni frase racchiude una vera e propria lezione di giornalismo.
Anna raccontava ciò che vedeva, analizzava i fatti come le si presentavano innanzi, dando testimonianza diretta delle diverse realtà che incontrava nel suo cammino.
 
La notizia, insomma, non veniva “confezionata” per il lettore, né alterata secondo canoni artistici. Veniva presentata senza fronzoli, “nuda”, affinché il pubblico potesse farsi un’opinione senza possibilità di fraintendimenti.
 
Lo stile della giornalista ricalcava, ovviamente, quello della sua personalità: schietto, determinato, coraggioso, dirompente, chiaro, incline all’analisi e all’approfondimento.
 
Anna, dunque, seppe non solo riportare e narrare, ma soprattutto spiegare e testimoniare con passione e grande umanità un pezzo importante della Storia russa di cui è stata attenta osservatrice e, in parte, protagonista, pagando davvero con la vita la legittima aspirazione alla libertà.
 
 
Conclusione
 
“Sono assolutamente convinta che il rischio sia parte del mio lavoro; il lavoro di una giornalista russa e non posso fermarmi perché è il mio dovere”.
Anna Politkovskaja
 
Qual è, allora, l’eredità di Anna Politkovskaja? La sua esistenza ci ha lasciato un grande insegnamento: l’amore per la verità, perché solo attraverso essa diventiamo liberi.
 
Anna ci ha fatto capire che possiamo, anzi, dobbiamo essere spettatori e attori del nostro tempo, osservando e scrivendo, imparando e vivendo.
 
Non ci sono segreti esistenziali da svelare, è tutto molto semplice e, proprio per questo, dannatamente difficile. Affrontare i giorni che ci sono stati concessi vuol dire che il nostro sguardo e la nostra attenzione devono essere sempre rivolti a ciò che ci circonda, alla realtà e al momento presente, soprattutto quando ciò che vediamo non ci piace.
 
Noi non siamo solo figli del nostro tempo, ma anche protagonisti di ciò che per noi è quotidianità, ma per quelli che verranno dopo rappresenterà il passato, la Storia. Siamo, quindi, i primi testimoni di ciò che è giusto e di ciò che non lo è.
 
Di tutto questo, di ogni errore e di ogni negligenza ci verrà chiesto conto persino quando, ormai, non saremo più qui per poterci difendere. 
 
Spetta a noi fare la nostra parte, vivere con pienezza, essere consapevoli, imparare a pensare con la nostra testa. Non importa se siamo o meno scrittori o giornalisti; ognuno di noi può lasciare testimonianza valida di ciò che ha visto e vissuto senza paura di essere giudicato.
 
Anna Politkovskaja era, prima di tutto, una donna. Il coraggio l’ha imparato vivendo.
 
 
Bibliografia
 
Anna Politkovskaja, “La Russia di Putin”, Adelphi, 2005;
 
Anna Politkovskaja, “Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka; le verità scomode della Russia di Putin”, Mondadori, 2007;
 
Anna Politkovskaja, “Diario russo 2003-2005”, Adelphi, 2007;
 
Anna Politkovskaja, “Un piccolo angolo d’inferno”, Rizzoli, 2008;
 
Anna Politkovskaja, “Cecenia, il disonore russo”, Fandango Libri, 2009;
 
Anna Politkovskaja, “Per questo. Alle radici di una morte annunciata. Articoli 1999-2006”, Adelphi, 2009;
 
Riscassi Andrea, “Anna è viva. Storia di Anna Politkovskaja una giornalista non rieducabile”, Sonda, 2009;
 
Massini Stefano, “Anna Politkovskaja”. Con Dvd, Promo Music, 2009;
 
Matteuzzi Francesco, Benfatto Elisabetta, “Anna Politkovskaja”, Becco Giallo, 2010;
 
Norén Lars, “Anna Politkovskaja. In memoriam”, Campanotto, 2013.
 
 
Sitografia
 
Gli articoli di Anna Politkovskaja in italiano su “Internazionale":
 
 

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